Storia Contemporanea

Analisi dei documenti

Relazione di maggioranza – Commissione parlamentare sulla loggia massonica P2
Indice

Si è ritenuto di fornire una illustrazione analitica dei documenti in possesso della Commissione su questa materia, in primo luogo perché questo è argomento assolutamente centrale per la comprensione del personaggio Gelli e della sua invero resistibile ascesa e per la spiegazione dell’accumulazione di potere che ha finito per confluire in capo ad un personaggio che molti affiliati, in sede di audizione, si sono trovati concordi a definire modesto e di mediocre cultura, non avvertendo forse come una simile affermazione finisse, in ultima analisi, per tornare a loro personale disdoro.

Una esposizione sistematica e dettagliata dei documenti si è inoltre resa necessaria perché essi sono suscettibili di analisi e possono fornire elementi conoscitivi non solo e non tanto per quello che ci dicono esplicitamente ma altresì per quanto in essi non viene detto, ovvero per quanto è implicitamente contenuto: per le omissioni come, se non forse più, per le azioni informative; poiché questa è, quant’altra mai, materia nella quale la rappresentazione documentaria e cartolare degli eventi e dei fenomeni risponde a sue proprie peculiari modalità e prerogative.
Partendo da questo assunto metodologico possiamo in prima approssimazione distinguere le fonti informative su Licio Gelli in due gruppi: quelle provenienti dai Servizi di informazione propriamente detti – e quindi nell’ordine SIFAR, SID e infine SISMI e SISDE – e quelle provenienti da organi informativi pubblici di diversa natura: Guardia di Finanza e Ispettorato generale antiterrorismo.
Dedicando la nostra attenzione al primo gruppo – premessa la considerazione che il materiale pervenuto alla Commissione offre garanzia di riflettere con genuinità quanto esistente sul conto di Gelli negli archivi dei Servizi, essendo l’invio stato operato sotto la nuova gestione immune da influenze piduiste – conviene innanzitutto farne un rilievo in termini quantitativi constatando come da esso risulti una consistente attività informativa dedicata al personaggio sino al 1950, alla quale si contrappone una carenza di produzione documentale nella fase successiva, tale da consentire di affermare tranquillamente che dopo il 1950 il fascicolo Gelli diventa praticamente inesistente, salvo poche eccezioni.
La cesura tra questi due così diversi atteggiamenti dei Servizi nei confronti di Licio Gelli è segnata dall’informativa COMINFORM che cade per l’appunto nel 1950 e che segna praticamente l’inizio della fine, si consenta il bisticcio, del fascicolo Gelli, dato questo che non può che colpire l’attenzione dell’osservatore in quanto non solo l’informativa costituisce il documento di gran lunga più esauriente sul personaggio, acquisito agli archivi del Servizio, ma perché proprio in ragione della gravità delle informazioni e valutazioni in essa contenute, lungi dal segnare la cessazione delle segnalazioni e delle note dedicate all’interessato, avrebbe dovuto inaugurare, a rigor di logica, una stagione di più ampia documentazione.
Rileviamo quindi una prima contraddizione, che caratterizza l’atteggiamento dei Servizi nei confronti di Licio Gelli, che possiamo indicare nella circostanza che essi cessano praticamente di occuparsi di lui proprio quando dovrebbero iniziare, avendolo schedato negli archivi quale “pericolosissimo” elemento sovversivo, probabile agente dei paesi dell’Est. E’ questa una contraddizione che nasce dall’interno stesso della documentazione fornita dai Servizi, alla quale corrisponde la contraddizione rilevabile altresì da un approccio esterno al problema, prescindendo cioè dal fascicolo in esame, quando si rilevi che la mancata attività informativa sul Gelli da parte dei Servizi contrasta altresì con il peso che il personaggio viene via via acquistando, nel frattempo, sino a giungere a livello di pubblica notorietà, per argomenti e motivi tali da non poter non interessare un apparato informativo primariamente indirizzato, per ragioni di istituto, alla tutela della sicurezza dello Stato. La contraddittorietà di questo atteggiamento viene denunciata in fatto dalla circostanza che altri organismi informativi quali la Guardia di Finanza e l’Ispettorato per l’antiterrorismo, palesemente non collegati con i Servizi di informazione, pervengono autonomamente a valutare, nel 1974, il Gelli elemento degno di essere preso sotto osservazione per le sue molteplici attività – prima fra tutte, quella di possibile contatto con ambienti eversivi di destra – sul rilievo delle quali attorno al 1974-1975 ormai anche la stampa è in grado di fornire notizie e valutazioni.
La giustapposizione, sempre in soli termini quantitativi, tra l’assenza di produzione di documenti da parte dei Servizi segreti e l’attività investigativa degli altri organismi informativi ci fornisce quindi un secondo punto di riferimento degno di attenta considerazione.
Passando adesso ad una analisi che, abbandonando l’approccio quantitativo, entri nel merito dei documenti al nostro studio, estremamente significativo è il confronto tra la nota dei Servizi del 1977 e la relazione Santovito del 1978 da un canto e le informative Santillo, in particolare quella del 1976, dall’altro.
Si impone infatti all’attenzione come dato di tutta evidenza come i primi due documenti – che nascono per impulso esterno, la richiesta cioè del Ministero della difesa – sottovalutino, minimizzandola (nota del 1977), la Loggia P2 per incentrare l’analisi sulla massoneria in generale, secondo un’ottica che consente di sviluppare su tale generico argomento un ampio discorso a metà tra l’analisi sociologica e l’interpretazione politica; ci troviamo insomma di fronte ad un documento invero singolare quando si consideri che, per la sua provenienza da un servizio informativo, ci si dovrebbero in esso attendere informazioni (che mancano) piuttosto che valutazioni (che abbondano), proprie come tali più dell’autorità politica ricevente che dell’organo tecnico mittente.
Ben altro discorso invece per le note dell’Ispettorato antiterrorismo; il questore Santillo – confermando le doti di investigatore che tutti gli riconoscevano, ma che non gli valsero la nomina al SISDE, naturale successore dell’IGAT, alla cui guida fu preferito il generale Grassini, iscritto alla Loggia P2 – centrando il cuore del problema fornisce una serie di documenti che, in luogo di fumose considerazioni sulla massoneria rilevabili anche da pubblicazioni in commercio, danno precise informazioni su Licio Gelli e sulla Loggia Propaganda 2.
Colpisce in particolare la nota del 1976 (ultima della serie) nella quale è dato riscontrare, accanto ad inesattezze anche vistose sulla massoneria (si confonde l’Ordine con il Rito scozzese), notizie precise e dettagliate sulla Loggia P2, che segnano una mirata attenzione investigativa in netto e stridente contrasto con la invero singolare disattenzione dei Servizi nei confronti di Licio Gelli e della sua organizzazione.
Riepilogando le argomentazioni svolte, possiamo quindi affermare come dato di tutta evidenza l’esistenza di una sorta di cordone sanitario informativo posto dai Servizi a tutela ed a salvaguardia del Gelli e di quanto lo riguarda secondo una linea non smentita di continuità, che non interessa soltanto il periodo dell’apogeo della carriera gelliana – epoca nella quale sarebbe spiegabile facendo ricorso all’argomento dell’influenza da lui acquisita nel Servizio e fuori di esso – ma che rimonta al 1950, quando il Gelli è personaggio di ben minore caratura, tale comunque da non potergli certamente addebitare azioni di pressione deviante sui Servizi. Una continuità di atteggiamento dunque che accompagna il Gelli durante lo sviluppo della sua carriera, senza apprezzabili scarti che ne contrassegnino i progressi invero sorprendenti.
Tra le varie spiegazioni possibili di tale costante atteggiamento scartata quella della Inefficienza dei Servizi perché palesemente non proponibile – non rimane altra conclusione che quella di riconoscere che il Gelli è egli stesso persona di appartenenza ai Servizi, poiché solo ricorrendo a tale ipotesi trova logica spiegazione la copertura di questi assicurata al Gelli in modo sia passivo, non assumendo informazioni sull’individuo, sia attivo, non fornendone all’autorità politica che ne fa richiesta.
L’assunto al quale si è pervenuti fornisce spiegazione ad alcuni dei problemi in esame, ma non ancora alla natura dell’informativa COMINFORM, inserita nel fascicolo Gelli nel 1950. La presenza di questo singolare documento mentre infatti ci fornisce una indicazione orientata in una direzione – marcando vistosamente la successiva carenza di attività informativa, secondo la contraddizione dianzi sottolineata – per altro verso sembra porsi in contrasto con la stessa conclusione alla quale essa pur avvia, poiché fornisce comunque un segno di attenzione investigativa da parte dei Servizi nei confronti del Gelli ed è da essi inserita nel suo fascicolo. D’altro canto non è difficile riconoscere che il documento per la quantità e la qualità delle notizie raccolte non può non suscitare l’interesse anche polemico di chi si accinga allo studio del fenomeno Gelli. Non è mancato ad esempio nella Commissione chi, riportandosi all’informativa, ha elaborato una chiave di lettura del personaggio Gelli in termini antitetici a quelli della pubblicistica corrente: non si può infatti non riconoscere che le notizie sul Gelli fornite dal redattore del documento sono in stridente contrasto con il passato dell’uomo come con le successive, dichiarate e mai smentite professioni di fede anticomunista.
Per una soluzione del problema è necessario, anche in tal caso, fissare quali siano i punti di sicuro affidamento: a tal fine dobbiamo rilevare che dato certo e non controvertibile è che il Gelli, sul finire della seconda guerra mondiale, non si peritò di stabilire contatti di collaborazione e di intesa con la parte che si andava delineando come inevitabilmente vincitrice. Mentre ancora indossava la divisa tedesca, o meglio proprio valendosi di essa, Licio Gelli si metteva a disposizione del CLN ed in particolare della componente comunista di esso, conducendo una difficile partita in costante equivoco equilibrio tra le due parti che ci consente di valutare appieno la sottigliezza del personaggio e che ci offre il dato di inequivocabile certezza che Licio Gelli operò in modo tale da contrarre presso i comunisti pistoiesi un credito di sicura portata e di non piccolo momento, se ancora nel 1976 Italo Carobbi, richiestone, si riteneva in dovere di rinnovare l’attestato di benemerenza partigiana.
La posizione di questo dato ci consente di affermare con buona certezza che alla base dell’ínformativa risiede un nucleo di verità non controvertibile; in altri termini l’informativa, riportata al momento nel quale fu redatta, è indubbiamente un documento attendibile.
Il Gelli, infatti, negli anni politicamente turbinosi del dopoguerra, proseguì nella sua attività di doppio gioco che gli consentiva di mantenere i piedi in due o più staffe in attesa che si delineasse la soluzione vincente; fu probabilmente dopo le elezioni del 1948 che egli comprese come fosse intervenuto il momento di una scelta di campo, se non definitiva, per lo meno meno equivoca.
L’informativa, fermando sulla carta una volta per tutte la sua attività di collaboratore con la parte perdente avversaria e non segnando per converso alcuna conseguente attività da parte di chi è in possesso di tale conoscenza, denuncia al di là di ogni equivocabile dubbio il momento nel quale il Gelli entra nell’orbita dei Servizi segreti italiani. L’informativa come tale poteva infatti avere, secondo logica, due esiti soltanto: o accertamenti che ne dimostrassero l’infondatezza, con la conseguente chiusura del fascicolo, o riscontri sulla sua attendibilità con i relativi esiti di giustizia per una spia al servizio di un paese straniero. Vediamo invece che da essa scaturisce una terza, inaspettata soluzione, essa viene cioè semplicemente accantonata, il che, nel caso di specie, vuol dire tesaurizzata perché l’organo che ne è in possesso ha deciso di gestire in proprio il personaggio.
Seguendo tale assunto vengono infatti a dipanarsi anche le residue contraddizioni che dianzi sottolineavamo, poiché si perviene ad una linea ricostruttiva che consente di dare logica spiegazione a tutti gli aspetti dei problema riconducendo ad una visione unitaria dati e documenti che sembrano porsi in contrasto reciproco.
Appare infatti chiaro perché l’informativa, pur vera nella sostanza, non ha alcun esito: i Servizi segreti al momento dell’acquisizione del Gelli, ben conoscendo l’individuo, accludono agli atti un documento che rappresenta per loro una sorta di polizza di assicurazione per il futuro; (lo inchiodano in altri termini in una posizione che, per la sua radicale opposizione al ruolo che gli viene assegnato in pubblico, costituisce l’unica efficace garanzia di controllo di un personaggio la cui abilità essi sono i primi a valutare adeguatamente, ed i cui precedenti non rassicurano sulla fedeltà alle scelte di campo adottate.
Quello che accade nel 1950 è dunque la scissione dei due aspetti del personaggio Gelli: il Gelli nero, di solidi trascorsi fascisti, rimane quello pubblicamente noto e, a quei trascorsi viene riallacciata senza soluzione di continuità l’iconografia ufficiale del personaggio; da questa, viene estratto il secondo volto del Gelli, il Gelli rosso, fermato in un documento custodito negli archivi, e di esso viene fatta sparire accuratamente ogni traccia. Il collegamento tra i due è patrimonio conoscitivo detenuto da chi è in possesso dell’informativa ed assicura il controllo del personaggio.
La soluzione prospettata è l’unica tra quelle in astratto ipotizzabili che fornisca adeguata spiegazione alle contraddizioni che abbiamo messo in evidenza nel corso dell’analisi sui documenti sinora condotta. Secondo la linea interpretativa proposta appare chiaro perché i Servizi organizzino quello che abbiamo definito un cordone sanitario informativo attorno alla figura di Licio Gelli ed al contempo trova adeguata spiegazione la presenza di un documento, in questo contesto, quale l’informativa: un documento che ad un primo livello di analisi sembra al tempo stesso denunciare e smentire l’inerzia del Servizio nei confronti di Gelli. Per superare tale ambivalenza è necessario infatti porsi in un’ottica che centri l’attenzione, prima ancora che sul suo oggetto, al quale essa capziosamente ci avvia, sulla sua funzione; un’ottica che non si lasci fuorviare, privilegiando quanto nell’informativa viene detto in termini espliciti, per tralasciare così quanto essa implicitamente rappresenta per la sua presenza nel fascicolo di Licio Gelli.
Diversamente operando si finisce inevitabilmente sul terreno della polemica, di evidente significato politico immediato, se Gelli sia o meno attribuibile a Servizi segreti di paesi dell’Est – tema questo da non considerare certamente risolto – per ignorare che prima ancora Gelli è comunque sotto il controllo diretto dei Servizi che dovrebbero operare tale verifica.
Nell’ambito di queste argomentazioni viene allora a chiarirsi secondo una luce significativa il disguido che interviene tra periferia e vertice dei Servizi quando il comandante di un centro ebbe a vedersi minacciato l’esonero dal servizio per le incaute iniziative prese sul Gelli, che ormai – d’altronde siamo negli anni settanta – è personaggio di ben altra levatura rispetto agli esordi.
L’ignoranza della sede periferica sulla qualità di Gelli come elemento del Servizio dimostra che la sua posizione, e la pratica relativa, non è mai stata quella di un qualsiasi agente ma quella di persona che sin dall’ingresso nell’orbita del Servizio ha interessato il vertice della gerarchia, per la qualità delle operazioni alle quali applicarlo.
Per usare le parole della reprimenda del capo del reparto D al comandante del centro periferico, il Gelli era insomma “persona influente e utile al Servizio”.
Viene da ultimo a trovare spiegazione, secondo l’analisi proposta, la difformità di atteggiamento che contrassegna l’attività investigativa della Guardia di Finanza e dell’ispettore Santillo da un canto e quella dei Servizi, sottolineata in precedenza; ed è a tal fine facile adesso osservare come il risveglio di interesse nei confronti di Licio Gelli cada nello stesso torno di tempo, il 1974, sia al di fuori che all’interno di alcuni ambienti dei Servizi, e come in entrambi i casi scatti il meccanismo di copertura e di disinformazione posto a protezione del Gelli; così pure è palese la diversità di posizione di Gelli davanti a questi e a quelli, dato che verso Santillo e la Guardia di Finanza egli può attuare, in presenza di iniziative investigative a lui sgradite, interventi repressivi dall’esterno
(l’insabbiamento avocazione dei rapporti e la punizione dei loro autori) propri di chi controlla quegli apparati senza esserne condizionato, mentre rispetto ai Servizi nei quali in qualche modo è incardinato non vi è necessità di pervenire ad analoghi risultati di censura e persecuzione.
Abbiamo visto il destino riservato agli ufficiali della Finanza che intrapresero indagini su Gelli; quanto all’ispettore Santillo, che non poteva essere liquidato con una reprimenda in via gerarchica come il comandante capocentro dei Servizi sopra ricordato, suscita a questo punto più di un motivo di seria riflessione la sua mancata ascesa alla guida del SISDE, cui si accennava innanzi.
Vediamo adesso di sottoporre la tesi esposta a verifica, muovendo alla ricerca di ulteriori elementi in un contesto di documentazione che non può dirsi abbondante, come del resto è logico attendersi in, materia così riservata.
Dopo le considerazioni svolte sulla protezione accordata a Gelli dai Servizi non può non destare meraviglia che questo comportamento venga rovesciato radicalmente quando non solo il silenzio su Gelli viene rotto ma addirittura l’informativa COMINFORM finisce in mano al giornalista Pecorelli che, data la sua professione, inizia a fame un sapiente uso con il dosaggio delle notizie in essa contenute; dosaggio parziale che non viene portato a compimento perché il Pecorelli viene, come noto, assassinato pochi giorni prima della preannunciata pubblicazione integrale del contenuto del documento. Documento che invero non poteva non avere effetti devastanti per il capo riconosciuto di una organizzazione a carattere segreto con accentuata colorazione politica anticomunista, perché essa in sostanza conteneva due informazioni che certo non avrebbero fatto piacere ai sodali di un capo che si veniva a sapere era un delatore, un ex agente dei Servizi dei paesi dell’Est.
E’ certo che il giornalista Pecorelli aveva accumulato nel corso della sua carriera più di un motivo per temere della propria incolumità, ma questa è valutazione che spetta comunque al magistrato responsabile dell’inchiesta ancora in corso. Quanto compete alla Commissione osservare è che l’informativa COMINFORM appare presente in questa situazione con connotati tali che non consentono di svilirne oltre un certo limite il contenuto. Il punto centrale è infatti non tanto quello di stabilire se essa si ponga in rapporto di causa ed effetto con la morte del divulgatore finale del documento, quanto piuttosto – e soprattutto – quello di sottolineare che di essa viene fatto concretamente uso. Noti infatti come sono i legami tra l’agenzia OP ed ambienti dei Servizi segreti che il Pecorelli stesso denunciava, dichiarando nei Servizi la fonte del documento – al fine di suffragarne l’autenticità, attesa l’importanza dell’argomento – il suo apparire tra le carte del Pecorelli denuncia in primo luogo come nella carriera di Licio Gelli sia intervenuto un momento nel quale l’informativa viene in fatto utilizzata, viene cioè chiamata ad adempiere alla funzione per la quale era stata inserita nel fascicolo che i Servizi avevano sull’uomo e che noi abbiamo definito come quella di una polizza di assicurazione.
La vicenda Pecorelli, quale che sia l’esito istruttorio che essa avrà, ha, ai nostri fini, il valore di riconfermare l’informativa nella sua funzione, sulla quale si era in precedenza insistito in via di ipotesi; ma se questo è vero è allora giocoforza ammettere che essa viene confermata altresì nel suo contenuto, nella sua attendibilità, poiché è di palese evidenza che la funzione non avrebbe potuto essere adempiuta al momento dell’utilizzo se il contenuto fosse stato destituito di ogni fondamento. Ed è altresì provato che chi aveva conservato per quasi trenta anni l’informativa negli archivi poteva gestire il documento, poiché essa era lo strumento attraverso il quale gestire la persona, come durante quei trenta anni era accaduto.
Si vuole infine ricordare, nel quadro di riferimento che siamo venuti tracciando, un altro episodio che sembra inquadrarsi in modo univoco nell’esposizione sinora condotta. Citiamo, in proposito la risposta che il direttore del SID, ammiraglio Casardi, firmò in data 4 luglio 1977, rispondendo ai giudici di Bologna che indagavano sulla strage dell’Italicus. Essa va trascritta per esteso: “Il SID non dispone di notizie particolari sulla loggia P2 di Palazzo Giustiniani… non si dispone di notizie sul conto di Licio Gelli per quanto concerne la sua appartenenza alla Loggia P2 oltre quanto diffusamente riportato dalla stampa”.
Non può non risaltare agli occhi, se non altro per questioni di stile, l’incredibile rinvio che un capo dei Servizi segreti fa alle notizie apparse sulla stampa, alla quale egli non ha vergogna di riportare il proprio patrimonio di conoscenze. Per valutare del resto il tasso di segretezza di queste notizie si pensi che siamo, a parte ogni considerazione, a due anni di distanza dalla delibera di demolizione della Loggia P2, decisa dalla Gran Loggia di Napoli, quando i Maestri Venerabili delle logge di Palazzo Giustiniani avevano ritenuto Licio Gelli e la sua loggia un peso troppo compromettente per la comunione. Come già detto, l’ipotesi della inefficienza sarebbe troppo macroscopica per venire nemmeno presa in considerazione.
Ma il vero punto di interesse è che nel rispondere in tal modo il direttore dei Servizi negava al giudice inquirente la conoscenza delle notizie contenute nell’informativa, che, come sappiamo, era agli atti. Ciò avveniva non solo e non tanto per proteggere il Gelli, ma per la più sottile ragione che il patrimonio di conoscenze contenuto dal documento veniva considerato dai Servizi come lo strumento in loro mano per controllare l’individuo: in quanto tale essi non potevano che essere gli unici arbitri sul come e sul quando farne uso, cosa che, per l’appunto, si sarebbe verificata dopo poco più di un anno.
I riscontri forniti e la linea di argomentazione che su di essi abbiamo incentrato, testimoniano in modo chiaro l’esistenza di una barriera protettiva posta dei Servizi a tutela di Gelli e della loggia P2 che scatta puntuale di fronte a qualsiasi autorità politica e giudiziaria, che chieda, nell’esercizio delle sue funzioni, ragguagli e delucidazioni su questi argomenti. Abbiamo individuato la ragione profonda di questo comportamento nell’appartenenza di Licio Gelli all’ambiente dei Servizi segreti, ed abbiamo datato questa milizia al 1950, anno di compilazione dell’informativa COMINFORM. Le conseguenze di tale affermazione sono che la ragione vera dei cordone sanitario informativo va cercata non nel presunto controllo che Gelli eserciterebbe nei Servizi segreti, ma nell’opposta ragione del controllo che essi hanno del personaggio.
Le conclusioni che abbiamo esposto sono di tenore tale che l’estensore di queste note avverte per primo l’esigenza di procedere con la massima cautela possibile in questa materia, per la quale peraltro, si deve riconosce, è del tutto illusorio sperare di raggiungere dimostrazioni che poggino su prove inconfutabili. Si è così argomentato sulla base dei documenti proponendo una linea interpretativa che si riconduca a logica e coerenza, pronti a verificare tale assunto con altre possibili ricostruzioni posto che, secondo l’assunto metodologico seguito, consentano di fornire altra spiegazione coerente ed unitaria dei fenomeni.
La soluzione proposta ci consente di risalire un anello della catena, rispondendo ad una serie di quesiti, per aprirne nel contempo altri di forse maggiore portata.
Affermare che Licio Gelli è uomo dei Servizi segreti sin dagli esordi della sua carriera significa chiederci se questa sua situazione sia rapportabile all’organizzazione in quanto tale o a suoi settori, perché è certo che in questi ambienti l’apparato ha una sua variegata realtà interna che l’apparenza monolitica rilevabile dall’esterno non farebbe sospettare. Significa altresì chiedersi se ed in qual modo il personaggio Gelli si muova nel contesto dei rapporti internazionali che i Servizi segreti intrecciano, secondo una logica naturale, nell’ambito di alleanze omogenee se non anche, sostengono alcuni, talora in via trasversale rispetto agli stessi contesti politici di appartenenza.
Vogliamo qui dire che l’ambiguità dell’operazione gelliana non può dirsi risolta dal dato conclusivo al quale si è pervenuti, il quale, ponendo la figura di Gelli sotto nuova luce, nel contempo ne arricchisse il chiaroscuro, aprendo interrogativi ai quali non si ritiene si possa dare risposta in senso univoco, per lo meno allo stato degli atti. Poiché è evidente che il cordone sanitario informativo di cui si è discusso opera adesso in nostro danno e non ci consente di acclarare a quali ultimi mandanti, e di quale parte, si possa risalire.
Quello che con tutta onestà si può dire è che in materia di così difficile trattazione e di fronte ad un personaggio di così sfuggente profilo ogni ipotesi è in astratto formulabile e nessuna conclusione può palesemente dichiararsi assurda. Questo è anche quanto può essere affermato, sulla scorta degli atti in nostro possesso, sulla vexata quaestio della veridicità o meno delle notizie che l’informativa COMINFORM ci consegna su Licio Gelli, anche per il periodo successivo alla sua redazione, pur se tale problema va adesso studiato nel quadro delle gravi conclusioni alle quali siamo pervenuti.

Relazione di maggioranza – Commissione parlamentare sulla loggia massonica P2
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