Storia Contemporanea

La prima fase della Loggia P2: dal 1965 al 1974

Relazione di maggioranza – Commissione parlamentare sulla loggia massonica P2
Indice

Quando si passi ad esaminare il ruolo ricoperto da Gelli nella massoneria e la portata dell’influenza da lui esercitata nell’ambito dell’istituzione, e fuori di essa valendosi della sua posizione massonica, il dato al quale occorre in primo luogo dare adeguato rilievo è quello relativo alla data relativamente recente della sua militanza massonica. Il Gelli infatti, personaggio che domina la scena massonica dalla fine degli anni sessanta sino all’inizio degli anni ottanta, entra in massoneria solo nel 1965 e apparentemente non senza contrasti, poiché la sua domanda di ammissione viene fermata per un anno prima di essere messa in votazione. Ma già l’anno successivo il Gran Maestro aggiunto, Roberto Ascarelli, segnala Licio Gelli al Gran Maestro, Giordano Gamberini, raccomandandolo come elemento in grado di portare un contributo notevole all’istituzione, in termini di proselitismo di persone qualificate. E’ così che il Gelli, ancora fermo al primo grado della gerarchia (apprendista), viene prima cooptato dalla originaria Loggia Romagnosi alla Loggia riservata Hod che fa capo allo stesso Ascarelli – con un provvedimento di avocazione del fascicolo personale preso direttamente dal Gran Maestro Gamberini – per essere quindi nominato nel 1971 segretario organizzativo della Loggia Propaganda che diventa “Raggruppamento Gelli-P2”.

Se il procedimento di cooptazione è, come prima rilevato, tipico della organizzazione massonica, bisogna pertanto constatare che esso funziona, nel caso di Gelli, in modo particolarmente accelerato, poiché successivamente al primo trasferimento ricordato, già di per sé anomalo, il Gelli appare già nel 1969 investito di delicate mansioni che concernono questioni di massimo rilievo per l’intera comunità massonica nazionale. Pur senza infatti rivestire alcuna carica ufficiale nel vertice di Palazzo Giustiniani, il Gelli nel 1969 ha l’incarico, secondo un documento in possesso della Commissione, di operare per la unificazione delle varie comunità massoniche, secondo l’indirizzo ecumenico proprio della gran maestranza di Gamberini, che operava sia per la riunificazione con la comunione di Piazza del Gesù, sia per far cadere le preclusioni esistenti con il mondo cattolico.
Licio Gelli quindi, a pochi anni dal suo ingresso in massoneria, appare ricoprire un ruolo di rilievo, d’intesa con il vertice dell’Istituzione ed in modo del tutto personale, sia per la portata delle questioni affidate alla sua gestione, sia per la posizione affatto speciale che gli viene attribuita.
La posizione di preminenza assunta con rapida ascesa da Licio Gelli nella comunione di Palazzo Giustiniani non è in realtà spiegabile se non attraverso l’analisi dei rapporti che questi riuscì ad intrattenere con i dirigenti dell’organizzazione ed in particolare con i Gran Maestri, a cominciare dal Gamberini, che patrocinò l’ascesa iniziale di Gelli, in sintonia con il Gran Maestro aggiunto
Roberto Ascarelli. Terminata la Gran Maestranza del Gamberini nel 1970, a questi succedeva, all’insegna della continuità, il medico fiorentino Lino Salvini, il quale provvedeva a ritagliare al predecessore un proprio spazio di influenza, affidandogli l’incarico retribuito di sovrintendere alle pubblicazioni della comunione, nonché quello di tenere i rapporti con le massonerie estere e, secondo vari testimoni, con la CIA. Di fatto quindi il Gamberini veniva ad assumere il ruolo di plenipotenziario per i contatti internazionali del Grande Oriente conservando nell’istituzione una posizione di personale prestigio e influenza, che gli avrebbe consentito di traversare indenne, a differenza del suo successore Salvini, le vicende burrascose e le aspre polemiche, spesso poco “fraterne”, che contrassegnano la vita della comunità negli anni settanta. Sarà comunque il Gamberini, all’uopo retribuito dal Gelli, a presenziare, nella sua qualità di Gran Maestro, alle iniziazioni che si tenevano presso l’Hotel Excelsior ed è ancora il Gamberini che – secondo un documento in possesso della Commissione (debitamente periziato) – provvede a redigere la minuta della lettera con la quale il Salvini eleva nel 1975 il Gelli alla dignità di Maestro Venerabile; un documento, questo, che getta una luce invero rivelatrice sulla natura dei rapporti che correvano tra Gelli e la Gran Maestranza, quale ne fosse il titolare, palesando una continuità di indirizzo per la quale è legittimo chiedersi quali radicate motivazioni essa avesse e quali ambienti ne fossero la reale fonte ispiratrice. Non meno stretti sono peraltro i rapporti di Gelli con il Gran Maestro Salvini che egli dichiarava, agli inizi degli anni settanta, di poter distruggere in qualsiasi momento. A testimonianza del legame non certo limpido tra i due personaggi vale a tal fine ricordare l’attacco che il Gelli, manovrando dietro le quinte, fece portare da Martino Giuffrida al Gran Maestro nel corso della Gran Loggia di Roma (1975). L’operazione sostanziata da una serie di. precise accuse sul piano della correttezza e moralità personali, venne fatta cadere solo dopo un incontro riservato tra il Gelli ed il Salvini, intervenuto a seguito della mediazione dell’onnipresente Gamberini. Quanto infine ai rapporti con il successore del Salvini, generale Battelli, basti qui ricordare i documenti – in possesso della Commissione – che riportano le dichiarazioni scritte di testimoni, secondo le quali il Battelli ed il suo Gran Segretario, Spartaco Mennini, erano finanziati dal Gelli per le spese di campagna elettorale, oltre che regolarmente retribuiti.
In questa cornice di rapporti, che si svolgono sotto il segno della prevaricazione e della compromissione reciproche, vanno inquadrate la carriera massonica di Licio Gelli e lo sviluppo della Loggia Propaganda Due, l’una e l’altra strettamente connesse, poiché vedremo che non solo la presenza e l’opera di Licio Gelli nella massoneria si risolvono sostanzialmente nella sua gestione della Loggia P2, ma altresì che l’organizzazione e la consistenza di questa seguono di pari passo la storia personale del suo Venerabile Maestro e le vicende che lo vedono protagonista, al di dentro come al di fuori della istituzione. La costante relazione tra il personaggio e l’organismo a lui affidato, che viene alla fine a risolversi in una sostanziale identificazione, costituisce non solo, come vedremo, un valido strumento ìnterpretativo ma si pone altresì come fonte di preziose considerazioni in sede conclusiva.
Il punto di partenza di questa duplice vicenda, dopo i prodromi descritti, va fissato con l’inizio della Gran Maestranza di Lino Salvini (1970), il quale, tre mesi dopo la sua elezione, delegava al Gelli “la gestione” della Loggia P2, conferendogli altresì la facoltà di iniziare nuovi iscritti. Provvedimento questo del tutto inusitato nell’istituzione massonica, essendo il potere di iniziazione, a norma degli statuti, esclusivamente riservato al Gran Maestro e ai Maestri Venerabili, o in caso di loro impedimento, a chi già aveva ricoperto tali cariche.
Nel settembre dell’anno successivo il Salvini provvedeva quindi a nominare Licio Gelli “segretario organizzativo della Loggia P2”, incaricandolo di “voler predisporre uno studio per la ristrutturazione della stessa”; ed a tal proposito è interessante rilevare che, pochi mesi dopo (19 novembre 1971), Salvini si esprime, in una lettera a Gelli, nei termini seguenti: “prima che le cose entrino in funzione, avremo un faticoso lavoro di assestamento per i residui della passata gestione”.
I dati esposti si prestano ad alcune osservazioni di rilievo non secondario. E’ d’uopo innanzi tutto osservare che la carica di segretario organizzativo non è compresa in alcun modo tra quelle componenti il “Consiglio delle luci” (dirigenti della loggia) ed è appositamente escogitata da Salvini per attribuire un incarico fiduciario e personale a Licio Gelli nell’ambito dell’organismo che, da quel momento, assume connotati di spiccata personalizzazione anche nella denominazione, che diviene quella di “Raggruppamento Gelli – P2”.
Assistiamo, in buona sostanza, con le iniziative esposte al concreto inserimento di Gelli nella Loggia P2; ed è interessante notare come esso si accompagni ad una prima ristrutturazione dell’organizzazione, realizzata al di fuori dell’ortodossia statutaria. E’ questo il primo esempio concreto, secondo il rilievo esposto in premessa, del peculiare incardinamento di Licio Gelli nella Loggia Propaganda e della circostanza che esso si accompagna immediatamente ad un intervento che incide non marginalmente nelle strutture e nella natura stessa della Loggia.
Va in proposito sottolineato come questa operazione contrassegni la Gran Maestranza del Salvini sin dal suo primo esordio; ed appare significativo come lo spiccato interesse del nuovo Gran Maestro verso i “fratelli coperti” non si esaurisca con l’adozione dei provvedimenti studiati, poiché, nel 1971, il Gran Maestro firma la bolla di fondazione di un’altra organizzazione coperta, la Loggia P1, che nelle intenzioni del Salvini doveva essere ancor più segreta ed elitaria: di essa infatti avrebbero potuto far parte solo coloro che nell’amministrazione dello Stato avessero raggiunto il grado quinto. Criterio, questo, di proselitismo sufficientemente rivelatore della reale natura di questi organismi. Non è dato allo stato attuale della documentazione esprimere un avviso definitivo sull’esistenza di questa organizzazione, ma quello che più conta è rilevare che nel mentre Salvini dava avvio ad un processo di sostanziale spossessamento da parte del Grande Oriente della Loggia Propaganda, tentava di costituire o meglio ricostituire nell’ambito della comunione una struttura analoga a quella che aveva ceduto in delega a Licio Gelli.
Il senso dell’operazione appare ancor più chiaro quando si pensi che pochi mesi dopo il provvedimento concernente la Loggia Propaganda Uno il Salvini aveva, durante una seduta della Giunta esecutiva del Grande Oriente, esternato le sue crescenti preoccupazioni per quanto stava accadendo nella Loggia P2, per il gran numero di generali e colonnelli affidati ad un uomo come Licio Gelli, che, a detta del Gran Maestro, stava preparando un colpo di Stato.
A completare il quadro descritto va ricordato che sempre nel luglio del 1971 Gelli aveva affermato, di fronte a Benedetti e Gamberini, di avere “la possibilità di girare l’interruttore e di rovinarlo” (Salvini) – vedremo in seguito la conseguenza di questo episodio – e va infine rilevato che Gelli pervenne ad entrare nel progetto salviniano della Loggia P1, facendosi in essa riconoscere l’incarico di Primo Sorvegliante.
Il complesso dei dati offerti all’attenzione e le vicende che attraverso essi si dipanano consentono al relatore di fornire un quadro abbastanza preciso dei rapporti che sin dall’inizio si instaurano tra Licio Gelli e Lino Salvini e, tramite questi, tra Licio Gelli e il Grande Oriente. Grazie al successore di Giordano Gamberini, Gelli compie infatti un sostanziale secondo passo in avanti nella comunione giustinianca, che gli consente questa volta, dopo i primi progressi iniziali dianzi esaminati, di entrare direttamente in armi nel cuore più riposto dell’istituzione, la Loggia Propaganda, dando avvio ad un processo di appropriazione personale della sua più tutelata ed efficiente struttura di intervento nel “mondo profano”. In realtà il carteggio Ascarelli-Gamberini ci mostra che Gelli non solo aveva avallato il proprio ingresso in massoneria ed il suo successivo passaggio alla Loggia P2 dimostrandosi in grado di avvicinare e reclutare “gente qualificata” (1), ma altresì di avere sin dall’inizio piani precisi di ampia portata in materia di organizzazione delle strutture massoniche. La rapida ascesa, agevolata dal Gamberini, porta Gelli, nel giro di pochi anni e attraverso posizioni di rilievo strategico, a pervenire al centro della comunione di Palazzo Giustiniani e vede come esito conclusivo di questa prima fase il provvedimento ricordato con il quale il Salvini delega al Gelli la funzione di “rappresentarmi presso i Fratelli che ti ho affidato, prendere contatto con essi, esigere le quote di capitazione, coordinare i lavori, iniziare i profani ai quali è stato rilasciato regolare brevetto”.
Una delega di poteri di così vasta portata illumina meglio di ogni altra considerazione la posizione affatto speciale che Licio Gelli viene ad occupare nella massoneria, per consapevole volontà dei massimi responsabili della comunione, i quali, attraverso successivi provvedimenti, consegnano la Loggia Propaganda ad un elemento che dimostra sin dagli esordi di avere idee ben precise sull’impiego al quale si può pervenire di uno strumento di tal fatta.
La Loggia Propaganda è in questa prima fase un organismo contrassegnato da una connotazione di accentuata riservatezza che confina (se non probabilmente rientra) con una situazione di vera e propria segretezza. Licio Gelli non solo procede ad accentuare tali caratteristiche – come si evince dalla circolare 20 settembre 1972 nella quale viene data notizia che “con l’elaborazione degli schedari in codice, è stata ultimata l’organizzazione della nuova impostazione, adeguandola alle più recenti esigenze” – ma soprattutto dà all’organizzazione un nuovo impulso di attività. Così nel medesimo testo è dato leggere: “Nonostante il nostro Statuto non preveda riunioni, a seguito di sollecitazioni pervenute è stato disposto un calendario di incontri fra elementi appartenenti allo stesso settore di attività”.
Un’azione questa di vasto respiro che il Gelli porta avanti in piena intesa con la Gran Maestranza del Grande Oriente, come ci dimostra a sua volta la circolare (2) con la quale Lino Salvini comunica agli iscritti: “Sono lieto di informarti che la P2 è stata adeguatamente ristrutturata in base alle esigenze del momento oltre che per renderla più funzionale, anche, e soprattutto, per rafforzare ancor più il segreto di copertura indispensabile per proteggere tutti coloro che per determinati motivi particolari, inerenti al loro stato, devono restare occulti. Se fino ad oggi non è stato possibile incontrarci nei luoghi di lavoro, con questa ristrutturazione avremo la possibilità ed il piacere, nel prossimo futuro, di avere incontri più frequenti, per discutere non solo dei vari problemi di carattere sociale ed economico che interessano i nostri Fratelli, ma anche di quelli che riguardano tutta la società”.
La Commissione ha agli atti il verbale di una di queste riunioni. Da essa ci è dato apprendere: vanno annoverati “la situazione politica ed economica dell’Italia, la minaccia del Partito comunista italiano, in accordo con il clericalismo, volta alla conquista del potere, la carenza di potere delle forze dell’ordine, il dilagare del malcostume, della sregolatezza e di tutti i più deteriori aspetti della moralità e del civismo, la nostra posizione in caso di ascesa al potere dei clerico-comunisti, i rapporti con lo Stato italiano”. Inviando il verbale della riunione agli iscritti che ad essa non avevano potuto prendere parte, Licio Gelli così si esprime: “Come potrai osservare, la filosofia è stata messa al bando, ma abbiamo ritenuto, come riteniamo, di dover affrontare solo argomenti solidi e concreti che interessano la vita nazionale”; ed aggiungeva: “Molti hanno chiesto – e non ci è stato possibile dar loro nessuna risposta perché non ne avevamo – come dovremmo comportarci se un mattino, al risveglio, trovassimo i clerico-comunisti che si fossero impadroniti del potere: se chiuderci dentro una passiva acquiescenza, oppure assumere determinate posizioni ed in base a quali piani di emergenza”.
Un’altra circostanza di estremo interesse al fine di valutare il clima politico della Loggia P2 in questa sua prima fase organizzativa – e la natura dell’attività attraverso essa condotta da Licio Gelli – è la testimonianza di una riunione tenuta presso il domicilio aretino del Gelli (villa Wanda) nel 1973. Partecipano a tale riunione il generale Palumbo, comandante la divisione carabinieri Pastrengo di Milano, il suo aiutante colonnello Calabrese, il generale Picchiotti, comandante la divisione carabinieri di Roma, il generale Bittoni, comandante la brigata carabinieri di Firenze, l’allora colonnello Musumeci, il dottor Carmelo Spagnuolo, procuratore generale presso la corte d’Appello di Roma. Licio Gelli si rivolse agli astanti, affermando che la situazione politica era molto incerta; esortandoli a tenere presente che la massoneria, anche di altri Stati, è contro qualsiasi dittatura di destra e di sinistra e che la Loggia P2 doveva appoggiare in qualsiasi circostanza un governo di centro, il Venerabile invitava infine i presenti ad operare a tal fine con i mezzi a loro disposizione e pertanto a ripetere il discorso ai comandanti di brigata e di legione alle loro dipendenze. In questo contesto di discorsi fu altresì ventilata l’ipotesi di un governo presieduto da Carmelo Spagnuolo, sulla quale, come sull’intero episodio, ci si soffermerà più diffusamente in seguito. Altra riunione della quale è di un certo interesse, ai nostri fini, fare menzione è quella tenuta il 29 dicembre 1972, presso l’Hotel Baglioni di Firenze, dallo stato maggiore della Loggia P2. Dal verbale agli atti della Commissione, si evidenzia un’intensa attività organizzativa e di solidarietà, la previsione di una articolazione in “gruppi di lavoro atti a seguire situazioni e problemi attinenti alle varie discipline di interessi”, la proposta dell’invio “ad alcuni Fratelli di una lettera in cui si chiede di voler fornire quelle notizie di cui possano venire a conoscenza e la cui diffusione ritengano possa tornare utile… le notizie raccolte, previo esame di un non precisato “comitato di esperti” dovrebbero essere poi passate all’Agenzia di Stampa O.P “.
Tale ultima proposta non venne accettata per la decisa opposizione del generale Rosseti, uscito poi dalla Loggia P2 in aperta polemica con Licio Gelli.
I dati proposti all’attenzione ed i documenti relativi consentono alla Commissione di delineare in termini sufficientemente definiti il quadro di intenti e di attività entro il quale si muove la Loggia P2 durante questa prima fase di espansone. Ci ritroviamo di fronte ad un’organizzazione caratterizzata da una forma di riservatezza – innestata con connotati accentuativi nell’ambito della riservatezza rivendicata come propria dalla comunione di Palazzo Giustiniani – che evolve verso forme di indubbia segretezza quale certamente denotano l’adozione di appositi codici per gli iscritti nonché di un nome di copertura, “Centro studi di storia contemporanea”, per indicare l’organismo La loggia si muove comunque ancora nell’ambito della tradizione massonica e conserva sostanziali legami strutturali ed operativi con l’istituzione che ad essa ha dato origine. Ne sono testimonianza la presenza di un forte numero di militari – a due di essi, De Santis e Rosseti, sono tra l’altro assegnate le funzioni di segretario amministrativo e di tesoriere – che s’inquadra nella tradizionale propensione della massoneria verso tali ambienti, nonché il ruolo ancora centrale del Gran Maestro nella gestione della loggia, pur se esercitato in condominio con il personaggio emergente che all’organismo ha dato nuovo impulso: il segretario organizzativo Licio Gelli.
Quello che appare invece affatto nuova è l’accentuata connotazione politica dell’organizzazione, che, sotto il profilo operativo, si rivela come in tutto dedita alla gestione e all’intervento nelle attività “profane” inquadrate nell’ambito di una ben definita connotazione politica e gestite ad un livello di impegnativo rilievo. A tal proposito è di primario interesse rilevare che la Loggia P2, formalmente e sostanzialmente strutturata come loggia massonica, non conduce peraltro nessuna attività di tipo rituale, quale correntemente esplicata dalle logge massoniche; la vita della loggia infatti, “messa al bando la filosofia”, si palesa del tutto incentrata nella gestione della solidarietà tra affiliati e, in un più ampio contesto, nell’attenzione rivolta alle vicende politiche del Paese. Il progetto politico sottostante a tale contesto organizzativo potrebbe apparire informato ad una generica visione di stampo conservatore, di per sé non particolarmente allarmante e perfettamente lecita, se non fosse accompagnata da due elementi meritevoli di particolare attenzione. Il primo è rilevabile nella posizione di rilievo assunta nella vita della loggia da elementi di spicco della gerarchia militare, che divengono così destinatari dei discorsi politicamente contraddistinti in modo univoco tenuti nelle riunioni di loggia, secondo quanto ci documenta la riunione tenuta ad Arezzo nel 1973: un dato questo che impone di prestare la dovuta attenzione a quelle che altrimenti potrebbero essere considerate banalità prive di concreto valore politico.
La seconda osservazione è relativa alla connotazione marcatamente antisistematica della loggia, i cui affiliati svolgono un discorso che denuncia una posizione di critica generalizzata nei confronti di tutto il sistema politico, sbrigativamente identificato nella formula clerico-comunista, e delle soluzioni legislative che da esso promanano nei più vari campi: dalla magistratura alla politica sindacale, dalla riforma dei codici alla riforma scolastica, che, si legge sempre nel documento citato, avrebbe dovuto essere preceduta da un piano di riforme elaborato “non da politici, ma da tecnici”.
Lo sviluppo della Loggia Propaganda nell’ambito della comunione di Palazzo Giustiniani, secondo le linee tracciate, non mancò peraltro di provocare ripercussioni all’interno della famiglia, poiché le iniziative di Salvini determinarono, sin dal primo momento, la reazione di un gruppo di dissidenti interni che sotto le insegne della denominazione: “massoni democratici”, raccolse la parte politicamente meno retriva della comunione giustinianea, conducendo una serrata battaglia contro la coppia Gelli-Salvini. Questo gruppo esercitò una notevole influenza nel portare a conoscenza dell’opinione pubblica fatti e trame destinati altrimenti a restare ignoti, grazie alla copertura fornita dai vertici di Palazzo Giustiniani, anche se non è del tutto chiaro il senso dell’operazione, poiché alcuni almeno degli oppositori di Gelli ne conoscevano i trascorsi fascisti sin dal momento del suo ingresso in massoneria, che peraltro non vollero o non poterono contrastare in modo risolutivo. I cosiddetti “massoni democratici” si fecero promotori di due iniziative di portata ufficiale nell’ambito massonico, decisamente avverse alla gestione Gelli: la prima era incentrata in una tavola di accusa firmata da Ferdinando Accomero, membro della Giunta esecutiva del Grande Oriente. Il documento era relativo alle affermazioni del Gelli sul suo potere di ricatto nei confronti del Gran Maestro Salvini, nonché alle attività di Gelli a danno dei partigiani, durante la guerra di liberazione. Il Salvini decise per un sostanziale non luogo a procedere, non ritenendo colpa massonica i fatti addebitati e disponendo che gli atti del procedimento restassero nell’archivio personale del Gran Maestro. La seconda iniziativa si sostanziò nella denuncia del “caso Gelli”, effettuata dal Grande Oratore, Ermenegildo Benedetti, nel corso di uno dei momenti più significativi della vita dell’istituzione: la Gran Loggia Ordinaria (1973).
Anche questa seconda operazione non condusse peraltro a nessuna conseguenza immediata, rimanendo priva di eco nella comunione la denuncia effettuata in una occasione particolarmente solenne da colui che ne era pur sempre uno dei massimi dignitari.
Il punto che a tale proposito è da valorizzare è che mentre la requisitoria di Benedetti non sortì effetto alcuno, ci è dato constatare che, nell’anno seguente (1974), il Grande Oriente delibera di prendere le distanze dalla Loggia P2 e dal suo capo, Licio Gelli. Sul rilievo politico che quell’anno assume nella nostra storia ci si soffermerà più diffusamente in seguito, ma rileviamo per il momento che in un anno che vede giungere al suo apice quella che fu definita la strategia della tensione, con gli episodi dell’Italicus e di Piazza della Loggia, Lino Salvini confida al confratello Sambuco di ritenere opportuno non allontanarsi per l’estate da Firenze perché è stato informato da Gelli sull’eventualità di possibili soluzioni politiche di tipo autoritario.
Non si può per il momento non sottolineare, salvo l’approfondimento successivo, che è proprio a chiusura di una fase politica così travagliata e di un anno così denso di eventi eccezionali che i Maestri Venerabili riuniti nella Gran Loggia di Napoli decretano la “demolizione” della Loggia P2. Come questo voto rimarrà disatteso nella sostanza, è materia che verrà studiata nella sezione successiva; l’elemento di grande interesse è la coincidenza riscontrabile tra eventi di così grave rilievo politico ed il manifestarsi di una precisa volontà da parte dei rappresentanti più qualificati del “popolo massonico” di sbarazzarsi di Licio Gelli, la cui presenza era ormai avvertita, anche all’interno di Palazzo Giustiniani, come un peso ingombrante, per le sue collusioni con eventi politici di segno inquietante.
Il voto della Gran Loggia di Napoli denuncia, al di là di ogni dubbio, da un lato la effettiva consistenza dei rapporti equivoci di Gelli e della sua loggia con ambienti e situazioni fuori della legalità politica, che verranno in seguito analizzati diffusamente, dall’altro che tale realtà non era ignota all’interno della famiglia giustinianea, secondo una conoscenza che certamente coinvolgeva in maggiore misura i vertici della comunità, ma che era comunque sufficiente a rendere avvertito il “popolo massonico” dei pericoli cui la “famiglia” poteva andare incontro per il peso che in essa aveva acquistato il Venerabile Maestro della Loggia P2.
NOTE:
Lettera dell’11 agosto 1966.
Circolare in data 11 dicembre 1972.

Relazione di maggioranza – Commissione parlamentare sulla loggia massonica P2
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